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LUOGHI PICENI

OGGI VOGLIO PERDERMI, NON ASPETTATEMI…

Un percorso che ha il sapore dell’avventura, un territorio inquietante ed affascinante allo stesso tempo, intriso di avvenimenti storici e di leggende. Sulle orme delle antiche legioni romane, di epici cavalieri erranti, di fate e di briganti, grotte misteriose, alberi che bisbigliano sottovoce, vecchi mulini, ruscelli che mormorano sulle pietre e ad un tratto l’infinito davanti a noi………………com’è bello perdersi.

Il nome di questa ridente località deriva dal torrente Fluvione che bagna il paese. Una curiosa attrattiva di questo centro è rappresentata dal Ponte Nativo sul torrente Fluvione che poggia su due enormi macigni rocciosi incastrati in modo tale da sorreggersi reciprocamente. Suggestive le frazioni, a Marsia la chiesa romanica di S. Stefano con cripta a tre navate. Meschia, situata al centro di un ambiente di elevato valore paesaggistico, si presenta come un villaggio di altri tempi, si caratterizza per la presenza di abitazioni del ‘600 poggiate sulla viva roccia. L’abitato, ben conservato ed altamente pittoresco giace appollaiato sulla sommità di uno sperone roccioso che strapiomba vertiginosamente a valle. Antichi mulini ad acqua, cascate, castagneti, ciliegi selvatici ed aceri donano all’intero territorio di Roccafluvione un fascino tutto particolare. Di notevole interesse l’itinerario dei mulini.


Tito Livio Patavinio narra che L.M. Planco, console nell’anno 712 dalla fondazione di Roma ritrovò salute e vigore nelle acque di Acquasanta dopo aver sperimentato inutilmente quelle dei più famosi bagni di Toscana. Del periodo Augusteo rimangono imponenti vestigia quali il ponte sul garrafo, 1° ponte in pietra della salaria ed i grandiosi muraglioni di costruzione della stessa consolare nei pressi della frazione ponte d’arti. Alla fine dell’800 nasce l’industria turistica legata alle terme che ne caratterizza la cittadina. Il territorio acquasantano fin dal ‘500 è stato interessato dal fenomeno del brigantaggio. Lo storico massacro sulla Rocca di Montecalvo ne segnò il primo drammatico epilogo. Regno incostratato del famigerato brigante Sciabolone nel ‘700 e del brigante Piccioni nell’800. A ricordo di tale personaggio esiste tutt’oggi sulla via Salaria l’imponente platano di Piccioni, nascondiglio leggendario del brigante. Acquasanta è anche punto di partenza per escursioni sui monti della Laga.



Situato a circa 15 km. dal mare. Nel medio evo il suo nome era “Castrum Guardiae”, ma il popolo lo schiamava Carrascale o Carnassale. Attualmente sono evidenti due nuclei: uno di origine feudale detto “Castello Vecchio” ed uno di origine medioevale detto “Castello Nuovo”. Presso il Castello Nuovo vi sono resti di mura fortificate dei secoli XIV e XV, i cosiddetti “Camminamenti Militari”. Presso il Castello Vecchio la facciata del palazzo che fu dimora di Boffo da Massa, signore di Carassai dal 1381 al 1387. Vi si incontra poi la Chiesa di S. Lorenzo del 1196. Al suo interno una tela di V. Pagani di Monterubbiano (1490-1568) ed una tela della scuola del Pomarancio del secolo XVII. La chiesa di S. Maria del Buon Gesù risale probabilmente al secolo XV. A qualche km. si incontra il castello medievale di Rocca Monte Varmine del sec. XIV con resti del X. Nel secolo scorso vi è stata ritrovata la “Bombardella Manesca” datata 1341, la prima arma



Si vuole sia stato un centro attivo dei Sabini, nel Medioevo fu castello munitissimo, più tardi libero comune. La Rocca risale al secolo XII e fu ricostruita, secondo la tradizione, da Giovanna II d’Angiò di Napoli. Restaurata in tempi recenti essa domina ancora con la sua torre ed un alto mastio le strade che conducono verso l’Umbria e verso Roma. La Torre civica ha una campana del secolo XVI. Loc. Spelonga nella chiesa di S. Agata gruppo di affreschi quattrocenteschi. Arquata del Tronto è apprezzata località turistica montana con possibilità di sport invernali a Forca Canapine (mt. 1541). Tra le passeggiate più suggestive il Parco la Rocca, ed a Macera della Morte i boschi di pretare.




La strada scorre nuda in un anfiteatro di monti, che sentiamo premessa a qualcosa di inconsueto. Ancora una sella e scopriamo, col respiro mozzo, senza credere ai nostri occhi, una delle visioni più alte che la natura possa riservarci in Italia centrale: Il Piano Grande che si stende dentro la Conca gigantesca, bacino lacustre nell’era glaciale, a un tempo sterminato e raccolto, campo di atterraggio per astronavi o purissima cattedrale del Nulla, scabra rivelazione della terra, solcata da rughe lunghe e dritte, i mergari che raccolgono le acque negli inghiottitoi. Brullo, del tutto disabitato, attraversato dalla provinciale per Castelluccio (m 1452) uno tra i più impervi paesi d’Italia. l’altitudine varia da 1300 a 1260 m, anche se alla vista appare del tutto piano. Il Pian Grande, con il Pian Perduto, Quarto di S. Lorenzo, Pian Piccolo e Pian dei Piantani (nell’insieme detti i Piani di Castelluccio) è un insieme di bacini di origine tettonica e carsica, che si può far risalire ad un immane, remoto sprofondamento dei calcari, di cui i rilievi che delimitano oggi i piani rappresentano le linee di faglia. Bellissima, nel mese di giugno, la famosa fioritura dei Piani di Castelluccio che avviene in realtà non proprio simultaneamente come vuole la tradizione. I fiori, celestino delle lenticchie, rosso-bianco e rosa degli erbai, grigio-verde delle graminacee, rosso dei rosolacci, giallo della senape, nelle loro pezze geometriche, fanno da cornice ai diversi toni di verde di prati falciabili e pascoli, mentre asfodeli, ranuncoli, genzianelle, garofani narcisi e altre decine di fiori, punteggiano i tappeti dei Piani.... Cornacchie, in grossi gruppi, quaglie, cardellini, gheppio, poiana, aquila, albanella, falco pescatore, pivieri, gru, e quanti altri volatori si incontrano in questi cieli? I pastori che trascorrono la stagione sul Piano Grande di Castelluccio sono ormai abituati a vedere gli uomini-uccello con le ali colorate che volteggiano nel cielo attenti alle indicazioni delle maniche a vento di cui il Piano è disseminato. Il deltaplano, magica realizzazione moderna e “pulita”, non inquinante, del sogno di Icaro. Nel Piano ci si può perdere, se c’è nebbia e bufera è meglio non scherzare, davvero nulla può aiutarvi se non, come un lempo, la campana di Castelluccio...

Con i suoi 850 mt. è il 3° delle marche per altitudine, posto ai piedi del monte Vettore. Nel centro storico interessante la facciata del palazzo Branconi e nelle frazioni, case che mantengono portalini e finestre in pietra scolpita del 1500. Parrocchiale di S. Maria in lapide con cripta del sec. IX dove si conserva una campana fusa in bronzo. Da visitare anche la chiesa parrocchiale di Abetino e di Pistrino. Da Monte Gallo si dipartono numerose escursioni soprattutto dirette al Monte Vettore ed al suggestivo Lago di Pilato.

È così chiamato perché su questa altura avevamo trovato rifugio e solitudine i monaci benedettini, primi colonizzatori delle nostre zone montane. Da visitare le numerose chiese tra cui la Chiesa di San Benedetto, La Chiesa di S. Michele Arcangelo e la Chiesa di Santa Maria in Casalicchio.

 

 

Il grande massiccio dei Monti Sibillini (Giacomo Leopardi amava chiamarli “Monti Azzurri”) nasconde un segreto, forse un segreto così noto che lo dichiarano il nome stesso di questi monti,e molti toponimi: grotta del Diavolo passo del Diavolo, fossa dell’inferno gola dell’Infernaccio, lago di Pilato, grotta delle Fate o grotta della Sibilla. Ne parla anche una lunghissima tradizione culturale, una leggenda raccolta nel 1420 da Antoine de la Salle e già nota fin dal 1391 al poeta del Guerrin Meschino, che situa in una grotta del Monte della Sibilla il regno di una misteriosa Dea dell’amore profano e profetessa. Chi arriva oggi al monte della Sibilla dalla strada aperta da Montemonaco, rimane subito colpito da una singolare scogliera di basalto alta 10 metri che fa da corona al monte, quasi profilo antropomorfo di una regina. È certo che per tutto il Rinascimento questo monte era al centro di una importantissima via di comunicazione verso Roma e fu continua meta di visite. Cavalieri erranti francesi e tedeschi raccontarono i loro “incontri” con la maga,nelle caverne del monte, seguiti o meno da pentimenti. Ne nacque Il Guerrin Meschino di Andrea da Barberino, il francese Paradiso della Sibilla il tedesco La Disputa Poetica del Warburg di Felix Hemmerlin con tema ripreso nella Mora (di Moehrin) di Herrmann von Sachsenheim. Negromanti di ogni tipo, se non proprio maghi e demoni, hanno abitato sicuramente il monte e la grotta stando a testimoni più o meno diretti come Enea Silvio Piccolomini, Benvenuto Cellini, Luigi Pulci, l’Ariosto, Flavio Biondi. Sembra che i Santi Abati di Sant’Eutizio, ghostbusters dell’epoca, già nel secolo VIII per ordine di Papa Giovanni abbiano fatto crollare la grotta, operazione ripetuta poi dal repressore Albornoz nel 1354, e purtroppo anche in tempi molto recenti, grazie ad un maldestro tentativo di scavo con la dinamite. L’Accademia Reale Belga ha condotto una spedizione nel 1953, col magro risultato di uno sperone, un coltello, un tornese di Enrico II sec. XVI. Tra i contadini si pensava ancora, fino agli anni Sessanta, che venti e tempeste erano scatenati dal passaggio di maghi e streghe. Leggende analoghe circondano anche il cupo specchio del lago di Pilato, i cui diabolici abitatori avrebbero addirittura richiesto il sacrificio di un uomo all’anno e che in epoca Rinascimentale fu anch’esso luogo di culti particolari. Il lago è in una depressione del monte Vettore sotto il pizzo del Diavolo. Forse non c’é nascosta alcuna arcana sapienza, ma di sicuro c’è un essere unico al mondo, una minuscola famosissima creatura che altrove non vive, creatura endemica che solo con altri fillipodi dell’Asia minore e del Caucaso trova somiglianza: il Chirocephalus Marchesonii. Non vi basta quanto a mistici poteri delle forze naturali e segreti arcani? Precauzioni per una eventuale scalata al monte della Sibilla, le tempeste improvvise, vendette della maga, sono reali.

Alle falde del monte Vettore (a m.1080), nel cuore del parco nazionale dei Sibillini, quasi adagiato nel verde, un borgo solitario e silenzioso. La piccola chiesa, per decenni, ha guardato con mestizia le vecchie case di pietra vuotarsi ogni anno, perché la povera gente scendeva a valle in cerca di pane e di lavoro alla fine è rimasta sola.